Gli stessi contenuti hanno rappresentato il cuore di una lettera spedita nei giorni scorsi da Barattoni alla Commissione IX Trasporti della Camera dei Deputati.
Il Disegno di Legge in esame si propone di operare una profonda revisione della Legge 84/94, ridefinendo l’assetto organizzativo e decisionale del sistema portuale italiano e prevedendo una centralizzazione della pianificazione e programmazione degli investimenti strategici portuali.
Punto centrale della riforma è proprio l’istituzione della “Porti d’Italia” spa, società pubblica, cui dovrebbe competere la realizzazione di infrastrutture strategiche portuali e la manutenzione straordinaria delle stesse, con un forte ridimensionamento delle competenze e capacità d’investimento delle Autorità di Sistema Portuale (AdSP).
“Come prima cosa – osserva il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni – ritengo che la paventata accelerazione nell’iter parlamentare del progetto di riforma e l’esclusione delle audizioni degli enti locali con le loro specificità, esperienze e punti di vista, non siano il miglior viatico, non solo di metodo, ma anche di merito, a un piano che mostra più punti interrogativi che soluzioni ai problemi della portualità.
Già oggi, per realizzare le opere strategiche, è necessario un finanziamento nazionale straordinario all’interno di una visione nazionale delle priorità infrastrutturali portuali, viarie e ferroviarie, fondamentali per migliorare la competitività degli scali e la velocità commerciale logistica al di fuori di essi.
Per la nostra esperienza diretta, relativa al progetto Hub Portuale di Ravenna, ricordiamo che è stato finanziato grazie al CIPE e dopo essere passato dalla Conferenza Nazionale di Coordinamento delle Autorità di Sistema Portuale (AdSP) come organo consultivo del MIT, che aveva individuato la strategicità di Ravenna come Hub di ingresso per le merci rinfuse per tutto il Nord – Est.
Riteniamo, quindi, che la creazione della ‘Porti d’Italia’ spa sia una sovrastruttura non necessaria, soprattutto dopo il passaggio del capitale sociale (dalla prima proposta alla seconda) da 500 a 10 milioni, che rende evidente come tale società non dovrà realizzare direttamente nessuna opera.
Riteniamo invece fondamentale, da parte del Ministero, aumentare i finanziamenti ad ANAS e RFI, che da tempo, a causa dei sotto finanziamenti, rimandano la realizzazione di opere imprescindibili per lo sviluppo del Paese.
Oltretutto il nostro porto si sviluppa in profondità verso l’entroterra e non dietro la linea di costa, lungo il Canale Candiano che, avendo fondali sabbiosi, tende naturalmente a diminuire il proprio pescaggio e necessita di interventi costanti per poterne garantire l’operatività continua.
Allo stesso tempo, il possibile ridimensionamento delle strutture organizzative, di competenza e di finanziamento delle AdSP, ci preoccupa per via della quotidianità dei rapporti che il territorio gestisce sia per la portualità, ma anche per la nautica, la vela e la gestione di immobili che sono fondamentali per l’offerta commerciale e turistica dei lidi che insistono sull’acqua.
Allontanare dal locale i tanti processi quotidiani e depotenziare economicamente le autorità, indebolirà la capacità di dare risposte precise e puntuali agli enti pubblici, ma anche agli investitori privati.
Lo diciamo in particolar modo ricordando la specificità del nostro porto che, dietro a concessioni private, vede la presenza di terminal di proprietà privata che hanno sviluppato molti investimenti, dando dimostrazione che enti pubblici presenti e capaci di rispondere sollecitamente alle istanze delle imprese possono generare un volano capace di alimentare e moltiplicare il valore degli investimenti.
L’AdSP è un interlocutore oggi presente e autorevole che, con tempismo e conoscenza del territorio, interloquisce costantemente, nel rispetto delle reciproche funzioni, con l’Amministrazione comunale su tanti temi di interesse reciproco, come l’urbanistica e la gestione del territorio.
Sottolineo, infine, che la norma nasce per la configurazione tipica dei porti italiani, ovvero con aree a proprietà prevalentemente pubblica.
Esiste un solo porto dove il 95% delle aree è invece di proprietà privata, e questo porto è a Ravenna.
È chiaro che una norma così concepita, dove la pianificazione sia urbanistica sia infrastrutturale viene spostata rispettivamente dal Comune e dall’AdSP ad organi centrali, produrrà più di un’anomalia.
Dal punto di vista pianificatorio, pare veramente fuori misura che il Comune venga privato di una delle sue facoltà primarie: il governo del territorio.
Prevedere una soglia di proprietà pubblica in cui permanga un regime di pianificazione dove il Comune possa incidere, nelle forme che si riterrà di poter ammettere, parrebbe una soluzione di buon senso ed in accordo con i principi generali di attribuzione delle competenze tra enti costituzionalmente già previsti.
In seguito alle audizioni fatte in Commissione Trasporti è evidente come associazioni e portatori d’interesse di carattere nazionale stiano mostrando diverse perplessità sulla riforma; allo stesso tempo tante istituzioni pubbliche (Regioni e Comuni) stanno chiedendo di sospendere l’iter di questa riforma così accentratrice per discutere con chi quotidianamente è sul territorio. A questi dubbi di merito e di metodo Ravenna aggiunge alcune specificità e particolarità che, da porto in crescita, convinto di poter dare un contributo allo sviluppo del Paese, ritiene debbano essere ascoltate.
Si riparta, quindi, dai territori e dalla condivisione affinchè i porti siano effettivamente struttura strategica di crescita condivisa”.